SARAJEVO_STORIA #3


Sul Monte Igman, vicino Sarajevo, è situato il trampolino che, nel 1984, ha ospitato le gare di salto con gli sci durante i Giochi Olimpici Invernali. In città avevo fotografato un muro bombardato con la scritta “Sarajevo 84” e i cerchi olimpici. Mi era sembrata una contraddizione interessante. Adesso volevo fotografare il trampolino in disuso, forse bombardato, non lo sapevo. Così ci siamo fatti un giro da quelle parti, con l’automobile. Sapete cosa vuol dire? Noi, abituati ad andare a passeggiare in auto in strade panoramiche, di montagna, o in campagna, o sul lungomare, senza alcuna turba, o pensiero, se non quell odi un eventuale cambio di tempo,  o di organizzare una cena. Io pure non lo sapevo, poi ho scoperto che ogni pochi chilometri c’era un posto di blocco. Via, giù tutti a terra, perquisizione, parole urlate in un idioma ignoto, spintoni. Ancora in auto, a vedere croci e mezzelune ovunque, un panorama punteggiato di tombe; ai lati della strada, nei campi, nei giardini. Carretti che trainano povere masserizie, un’intera vita immaginavo. Strade che si fanno sempre più sentieri, sentieri che si fanno sempre più mulattiere, e mulattiere che scompaiono nel nulla, e il nulla è pieno di cartelli con scritto “MINE”. Ad un certo punto, persi tra i monti, ci siamo detti “E adesso?” Poi uno di noi, voltandosi, esclama “Però almeno il trampolino lo abbiamo trovato.” Ed era lì, nel monte di fronte al nostro, devastato dalle bombe e dall’incuria. Ho preso la macchina fotografica e ho visto qualcosa, accanto al trampolino, che ha catturato la mia attenzione. “Cosa sono quelle case? Perché le hanno bombardate? A chi davano fastidio quassù?” La guida bosniaca che era con me ha detto, tristemente “E’ la pulizia etnica. E’ stato il bombardamento a tappeto, casa per casa, tutte le case, tutte le persone. Nessuno doveva sfuggire. Tutti dovevano essere uccisi, dal facile bersaglio del cittadino in strada, fino all’ultimo montanaro nascosto nelle caverne.” Mi si è gelato il sangue, e ho scattato questa foto, il trampolino l’ho fotografato con la mente, pensando che poi l’avrei fatta la foto. Non l’ho più fatta, invece; al trampolino non ho pensato più. Pensavo a donne, bambini, e anziani, e uomini, uccisi perché di una diversa etnia. E all’energia impiegata per farlo, per stanarli dalle montagne. Tutto questo impegno per uccidere. Il trampolino aspetterà.

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