EMICRANIA


Dormo.

Sento rumori di denti sfregati su acciaio, e unghie che scarnificano l’ardesia, con violenza.

Un pulsare ritmico di fondo, costante, fastidioso, una gigantesca palla di ferro trattenuta da un’enorme catena d’acciaio la cui estremità si perde nel buio, e che pendola battendo contro una parete di mattoni. 

I mattoni s’infrangono, volano cocci, il muro si riforma e la palla ricomincia, all’infinito.

Una bambina seduta con la schiena appoggiata al muro, e la bambina ha le trecce e le gambe in calze bianche, ritratte sotto il corpo, ha paura della palla di ferro. 

La bambina urla, piange, frigna, e i suoi gemiti, i suoi lamenti sono lo strazio che si somma ai rumori insopportabili in una cacofonia che mi provoca sempre più ansia e agitazione.

Scendono dall’alto dei ganci da macellaio, e artigliano le trecce della bambina, che urla ancora più forte mentre viene trascinata in alto, e i capelli tirati dai ganci quasi stracciano il cuoio capelluto dalla testa.

Sento il dolore della bambina, sento tirare, sento infiniti punteruoli all’attaccatura del cranio che lacerano i tessuti.

I denti stridono, le unghie scricchiolano, la palla rimbomba, la bambina geme, i punteruoli scavano, sempre più forte, sempre più veloce, ancora, e ancora, e ancora…

Mi sveglio.

Sono supino, gli occhi chiusi, impossibile muoversi, il collo è rigido, la testa affonda nel cuscino, in un mare di sudore freddo, al cui solo pensiero lo stomaco si contorce.

Serro i denti, e già questo basta per farmi svenire dal dolore, ho l’immagine di chiodi sparati dai denti nel cervello, ma se non lo faccio uscirà il conato di vomito, che invece ricaccio giù, aspettando l’onda di nausea che monta e passa, lentamente.

Mi concentro su qualcosa che mi possa distrarre, penso sempre al ghiacciaio dell’Annapurna, la montagna, la neve, i santoni tibetani, calma, pace…

Piano piano lo stomaco si acquieta, ma il cuore martella ancora, e ogni suo battito è una cannonata nella testa.

Sotto l’arcata orbitale sinistra un dito immaginario spinge e spinge contro l’osso, e il dolore è reale, un coltello infilato e rigirato nell’occhio.

La palla demolitrice ancora rimbomba nella testa, e ora non sta demolendo un muro, come nel sogno, ma il mio cervello.

E c’è anche la bambina che urla, tanto che provo ad ascoltare se i gemiti siano reali, ma non lo sono.

E sopra i lamenti, gli stridii, il battere e il pulsare, ecco il rumore che più di ogni altro temo e che azzera ogni mia possibilità di riscatto.

Mandrie infinite di bufali selvaggi che corrono a perdifiato per le praterie della mia testa, e battono in modo possente e crudele i loro zoccoli contro la mia dura madre, e sono così tanti che tutto il corpo trema all’unisono con il rombo della loro cavalcata.

Ora non c’è Annapurna che tenga, è necessario porre un freno a questo strazio.

Ancora con gli occhi chiusi, lascio cavalcare i bufali, e aspetto una tregua nella loro corsa, ma non arriva.

Il  tempo passa, cerco di muovere la testa di lato, almeno un poco, per vedere la sveglia sul comodino.

Quando apro gli occhi, esplode la notte e il suo buio in un’infinità di luci multicolori guizzanti, brillanti, vermi che si contorcono e sprizzano luci fastidiose e nauseanti. 

Il campo visivo ruota e scivola a sinistra, succede sempre, ed è per questo che tengo la testa sempre inclinata, per poter tornare ad avere una visione diritta.

I vermi luminosi attraversano il campo visivo, fuggono, corrono, aumentano di dimensioni e poi si rimpiccioliscono, passano da forme anulari a forme serpentine, con i bordi frastagliati, ondeggianti e luminescenti.

Li lascio vagare a loro piacimento, e vedo che sono le 2 di notte…o di mattina, rotolo sul fianco sinistro, e resto in attesa, prima di assumere la posizione eretta, o perlomeno seduta.

Devo aspettare che lo stomaco ritrovi il suo assetto, ora potrei anche vomitare, prima ero supino e mi sarei soffocato da solo. La bacinella è sempre al suo posto, aspetta i rigurgiti vicino al comodino, in terra, con l’asciugamano.

Non succede nulla, lo stomaco è quieto.

In testa c’è una cacofonia di rumori e luci che fanno impazzire il senso dell’equilibrio.

Ho come l’impressione di veder rotolare fuori dalle orecchie tutti i minuscoli sassolini, e allora addio allo spazio-tempo, e mi ritrovo seduto in terra.

Sono sceso, perlomeno sono sceso dal letto.

La testa rimbomba, sono scosso dai brividi, ho le mutande tutte bagnate, spero non di urina, sono scosso dai brividi, l’ho già detto, sono incontrollabili, spasmi che contraggono i muscoli allo spasimo, crampi di dolore allucinante ai polpacci.

E’ tutto buio, solo la fievole luce della sveglia mi fa capire che, da seduto, la pendenza a sinistra è ancora più accentuata

Trattengo il fiato aspettando la fine della contrazione, e i denti sbattono, sembrano, penso, una dentiera meccanica impazzita, e devo stare attento a spostare la lingua, verrebbe tranciata in un attimo.

Passa ancora del tempo, steso a terra, mi ritrovo steso a terra, evidentemente mi sono steso a terra, è freddo il pavimento, mi provoca ancora brividi.

Se alzo la testa, lo stomaco si ribalta e le vertigini spostano il sopra sotto e il sotto sopra, e non capisco più dove sono, chi sono, perché sono.

Mi sovvengono pensieri di un’assurdità lucida, e parte quella che io chiamo la fase psicotica, quella che preannuncia l’irrazionalità, e lì è la fine. 

Non posso impedirmi di partire con i calcoli, calcolo tutto quello che mi viene in mente, sommo, divido, moltiplico, eseguo continuamente gli stessi conti, soldi, date, numeri, tutto quello che a che fare con i numeri.

E intanto mi trascino, la parte razionale vuole arrivare in cucina.

La parte razionale pensa che se una persona, di notte, vuole andare in cucina, si alza e va in cucina, ci vogliono dieci secondi.

A metà corridoio, è passata un’eternità, provo ad alzarmi in piedi.

Lo faccio in fretta, mi alzo e appoggio la schiena al muro, serro i muscoli delle gambe per non scivolare di nuovo a terra.

La testa pulsa, gli occhi li ho chiusi, ma le vertigini non danno tregua, lo stomaco protesta e serro i denti, e allora è la testa che prende i brividi e gli spasmi, sento il collo soffrire, so che domani mi farà male il collo e qualche sapientone sentenzierà che avrò preso una corrente d’aria…sapesse…

Passa il tempo, il tempo aggiusta tutto, l’Annapurna, la pace, 7×8 56 5 più 6 fa undici 1 più 1 fa 2 poi c’è il 3 e Fibonacci 5  8  13  21  34 53  87 …..

E intanto sono arrivato in cucina, scivolando in piedi attaccato ai muri.

Non tremo più, perlomeno non come prima, riesco a controllare i denti, ma sono sempre bagnato di sudore, prendo uno straccio pulito dal cassetto e mi asciugo un po’, poi lo butto in terra, come negli alberghi, per far capire che è sporco.

Tutto questo agire ha provocato un notevole sforzo, e ora mi devo riposare, mi siedo, c’è una sedia, mi siedo. Vedo che la colazione è pronta, provo a prendere un biscotto e a morderlo, incurante dei dolori allo stomaco, tanto la nausea non passerà, anzi, peggiorerà con la pasticca.

Anche mangiare, mordere, ingoiare sembra un’impresa impossibile, ogni movimento della testa e dei suoi organi, componenti, come devo dire?, mi provoca fitte e punture dappertutto, uno strazio ma il biscotto va giù.

La pasticca, è questo lo scopo, ci vuole un ulteriore sforzo, e poi tornare a letto.

Sembra facile.

La pasticca è in quello scomparto del pensile, bisogna prendere un bicchiere, versarci dell’acqua, bere acqua e pasticca.

In tutti questi sforzi i vermi danzanti e illuminati non mi hanno mai abbandonato, come non hanno fatto i bufali in testa, e le vertigini che mi costringono ad appoggiarmi ovunque per non cadere, e i sudori diffusi, giusto i tremiti si sono placati, l’ho già detto, ma poco.

Devo ingoiare la pasticca fra un’ondata di nausea e l’altra, e queste ondate mi fanno venire in mente la marea, e tutto questo mare non aiuta a placare la nausea, anzi.

Prendo la pasticca, mi cade tutta la scatola, riprovo, prendo il blister, cade, riprovo, estraggo la pasticca, mi cade, le mani hanno vita propria, tutto mi cade sempre dalle mani, tutto.

Ma riesco a ingoiare la pasticca e ad avviarmi verso il letto.

Il percorso inverso è uguale al precedente, irto di dolori, costellato di luci danzanti, e ondeggiante al ritmo incerto delle vertigini. 

In verità è anche peggio perché il braccio sinistro si è addormentato, succede sempre dalla parte dell’occhio infilzato, e succedono anche altre cose, ma per fortuna nel buio non si notano, e se non c’è nessuno intorno non importa se succedono, non mi vedono, gli altri. 

Penso a queste cose, giusto per riuscire a fare qualche passo con la mente altrove, non concentrata su tutti i miei mali, per distrarmi,.

Penso a quando vedo il campo visivo che rotola di lato, come una palla da biliardo se si inclinasse il tavolo, e alle facce da pietismo accondiscendente, misto a imbarazzo malcelato, che fa la gente quando cerco di spiegarlo. 

Io sarò anche suonato in quei frangenti, ma lo capisco.

Come capisco quando vedo le labbra di chi mi parla muoversi, poi arrivano i suoni, qualche suono, non sempre tutti, poi arriva la difficoltà di articolare il pensiero alla ricerca dell’interpretazione su cosa mi sia stato chiesto, poi la necessità di rispondere a tono, o a tema, senza dire fesserie che generino nell’interlocutore, nell’ordine, sorpresa, pietà, impaccio, o una sonora risata se mi chi sta davanti è così insensibile da non rendersi conto del mio evidente stato alterato. Il più delle volte sono quasi tutti insensibili.

E  che dire di quando finalmente riesci a capire, a pensare una risposta, sono passati pochi secondi, ma sono sempre troppi (nella vita normale, uno chiede e l’altro risponde, così, senza problemi, senza pause, senza drammi), insomma vuoi rispondere ma non riesci?

Le labbra sembrano fatte di pongo, si sfaldano mentre le apri, la lingua è una salsiccia attaccata al palato da carta moschicida, le guance si muovono da sole, sembra di essere un cammello che sbava e mastica le parole, proprio un bello spettacolo.

Oppure quelli che io chiamo “gli effetti speciali”, sembrano creati appositamente da un mago del computer, solo che nel mio caso sono più che reali.  Il peggiore è il campo visivo che oscilla e pulsa, o si muove di suo, o batte a ritmo del cuore, e allora io parlo dell’effetto “opera degli aghi inseguitori”, nome che proviene dalle scene di due film, scene impressionanti perché le ho ricollegate a quel che mi succede realmente.

Non ve lo spiego, andate a vedere Opera di Dario Argento quando la ragazza è legata con gli aghi negli occhi, e il primo film degli Hunger Games, quando la protagonista è punta dagli aghi delle api mutanti, appunto gli aghi inseguitori. 

Sono quelle cose che piacciono tanto ai medici, ai neurologi, che sono così contenti quando possono inquadrare le persone nelle loro caselline preconfezionate, come se fossimo tante statuine da esporre in una teca. I loro successi. Ma qualche casellina è vuota, i loro fallimenti. Io sono un fallimento, mi sono stancato di fare da cavia, li ho abbandonati. 

Siamo riusciti ad eliminare quelle medicine che mi distruggevano lo stomaco, e con una opportuna profilassi è sparito il vomito continuo, anche se vado in giro ancora con la bacinella, però in sostanza rimane vuota.

I neurologi: ti fanno camminare con gli occhi chiusi, toccare la punta del naso, prima con la mano destra, poi con la sinistra, ti prendono la testa fra le mani e la sbatacchiano poi guardano dentro gli occhi con una luce accecante, ti fanno stendere e alzare di scatto, infine cominciano le domande.

Quanti caffè, fa sport, cosa mangia, cosa beve, come dorme, quanto dorme, la vita sessuale, quali hobby ha, cosa fa di lavoro, se c’è familiarità con la sua patologia, se ha figli, se è sposato, se se se….e intanto pensano in quale casellina metterti.

Le solite cose: le danno fastidio i suoni, le luci, gli odori, e via andare…vorrei far provare quel che provo a entrare in una profumeria, o erboristeria, e poi di sicuro nessun  neurologo me lo chiederà più.

E’ una fucilata improvvisa nella testa, un’ esplosione che blocca il respiro, spinge da dentro il cranio con mani che vogliono aprirti in due, gli occhi si gonfiano e lacrimano, il naso prude da morire, e finché non si esce all’aria aperta sembra impossibile riuscire a scamparla.

La luce è un coltello sottile che entra dagli occhi e sibila, fischia, stride fino a urlare uscendo dalle orecchie; meglio non so dire, ma è devastante.

E i rumori ripetitivi, per me quelli sono il delirio puro, sono la molla che mi fa passare al lato carogna di me stesso, mi fanno letteralmente impazzire.

Il fischio, continuo e costante, di una macchina operatrice in fabbrica, il borbottio di un camion acceso, fermo chissà perché, la nenia canticchiata a mezza bocca da mia figlia, qualcuno che chiede continuamente la stessa cosa, un cane che abbaia senza sosta, sono tutte cose non sopportabili, assolutamente non sopportabili.

Nessuno che chieda mi dica lei cosa prova, nessuno….io l’ho detto a un neurologo, una volta, e lui mi ha risposto che se voglio parlare ci sono gli psicoterapeuti. Simpatico vero?

E le medicine, una pasticca la mattina, una la sera, una goccia qua, due gocce là, stia attento però che questa provoca l’infarto, questa può dare le allucinazioni, l’altra induce la depressione…

Faccio una tappa al bagno, mi siedo sulla tazza, mi rendo conto che le mutande sono bagnate solo di sudore, mi rilasso e cerco di liberare la vescica, per non dovermi poi alzare di nuovo dal letto. Mi pulisco, mi alzo, e a tentoni cerco la strada verso la camera.

Finora ho fatto sempre tutto al buio, come detto prima, non si possono accendere le luci, le luci provocano esplosioni di dolore, di notte anche peggio, quelle mani artigliate che strappano il nervo ottico, il dolore insopportabile, crescente, il cuore che martella in testa sempre più forte.

E allora si fa tutto al buio, in silenzio, lentamente, con le dovute cautele.

Quando finalmente raggiungo il letto, non guardo la sveglia, mi stendo, supino, e li aspetto. Chi? Arriveranno? Chi li chiama? Sono io?

Aspetto.

Infine, nel buio, arrivano i demoni. 

La nausea monta ancora in onde che spero siano sempre più lievi e diradate nel tempo, la testa pulsa e mi provoca fastidio persino il contatto con il cuscino. I capelli sono un’entità viva, a se stante, quasi volessero infastidirmi, sono serpenti in testa pronti ad avvelenare, come se ci fosse bisogno, come se non si stesse già abbastanza male.

Perché ho preso la pasticca, e adesso ci si aspetta che la pasticca faccia effetto…ed è qui che intervengono i demoni, furbi occhietti rossi in fondo al letto.

Anche a occhi chiusi sono visibili, quegli esseri terribili, immaginari, certo, ma dagli effetti devastanti.

I demoni hanno un nome, gliel’ho dato, alla fine, un nome, visto che siamo così spesso assieme.

Uno si chiama “e se non passa?” e l’altro “non tornerò più normale”.

Sembrano l’uno conseguenza dell’altro, in effetti, ma sono indipendenti e letali.

Arrivano, come detto, come occhietti rossi in fondo al letto e salgono verso la testa, e la prima cosa che incontrano è proprio quella che pensate. Ebbene, le gambe si gelano, un sudore freddo e schifoso le ricopre, i testicoli, anche dette palle, si ritirano in profondità lungo il canale da cui discesero secoli addietro, ormai, impaurite.

Una morsa a tenaglia stringe e soffoca gli intestini, e il mondo diventa rosso, anche se è buio, anche se ho gli occhi chiusi, il primo demonio è arrivato.

“E se non passa?” comincia a martellare in testa, come se non bastasse il martellare del dolore, e la parte razionale comincia a urlare “non è niente”, “stai calmo” “lascia perdere” “respira respira respira”…ma il respiro non arriva, è bloccato dentro i polmoni che sono come congelati.

Tutto il sudore freddo ora ricopre il corpo intero, le braccia sono come ghiaccioli, tum tum tum nella testa è sempre più forte, il demone ormai sta vincendo.

E’ arrivato, infatti, anche il secondo demone con tutta la sua cattiveria di domanda con un’unica risposta, senza risposta, con una risposta retorica…non tornerò più normale…

Delirio puro, agonia, soffocamento, paura allo stato puro, sensazione di affondare in un deliquio di ansia e abissi solitari.

Difficile ragionare quando il tuo unico pensiero è sopravvivere secondo dopo secondo, impossibilitato a muoverti, paralizzato dalla paura.

Lo stomaco si contorce, ci sono sprazzi di razionalità in cui ci si sente quasi peggio, consapevoli della stupidità della situazione, quando basterebbe rilassarsi e aspettare che la pasticca faccia il suo corso. 

Ricordo come gestivo le crisi quando ero piccolo, ricordo che stavo male già alle elementari, ricordo che appoggiavo la testa al banco perché era fresco e mi dava sollievo, e intanto guardavo i vermi luminescenti che volavano per l’aula.

All’inizio chiedevo ai mie compagni se li vedevano anche loro, poi capii che era meglio tacere, mi deridevano, mi prendevano per strano, mi evitavano quando stavo male.

E quando vedevo questi vermi luminosi la mattina a scuola, ero più che sicuro di avere un male terribile la notte.

E nelle mie crisi notturne facevo sempre lo stesso sogno, per me fonte di puro terrore, ancora oggi, quando capita (perché ogni tanto succede di sognarlo ancora) provo autentico disagio e malessere.

Un campo di erba alta mossa dal vento, visto dall’alto, una zoomata improvvisa e veloce verso il basso mentre nell’inquadratura, da sopra, entra in scena una mano che stringe le dita come ad afferrare qualcosa; la mano ha dimensioni sproporzionate rispetto alla scena, è troppo grande, e il gesto di chiudere le dita e afferrare è quello che mi provoca il maggior disturbo, quasi un reale senso di nausea tanto da svegliarmi in preda al terrore.

E l’ultima cosa che colgo del sogno prima di scuotermi dal sonno, è un razzo che, all’orizzonte, mentre l’inquadratura è quasi arrivata a terra, decolla verso un cielo azzurro e terso.

Tutto qui, ma un autentico orrore per me.

Vissuto sulla mia pelle fino da adulto, come detto, fino a quando qualche dottore ha deciso di affidarmi alla chimica

Noi ha mai fallito, la pasticca, ha sempre compiuto il suo lavoro chimico, il male è sempre passato, d’altronde non si muore di questo male…sì, ma se non passa? E se non torno più normale? E via che tutto ricomincia….

Finché si giunge al momento in cui anche l’intestino decide che è ora di dire la sua, e qui non c’è vertigine che tenga, se non si vuole passare la notte nel fetore e nel liquame, è necessario, per non dire urgentissimo, correre al bagno prima di…la paura è tanta, e la paura smuove le budella. 

Così è, fa schifo, lo so, ma la successiva mezz’oretta è tutta qui, crampi intestinali, nausee e conati, spasmi, e tremori, seduto sulla tazza a interrogare i demoni e a compiangermi nei rari momenti di lucidità.

Scende una lacrima, ma non è di pianto, è il chiodo che ha trovato il dotto lacrimale, e piscia anche l’occhio, come piace dire a me, si gonfia e piscia, la tempia è un turgore di vene sporgenti, calde e pulsanti, fanno impressione a vedere, ma chi mi vede adesso? Meglio…

Ci furono tempi in cui mi ficcavo un dito in bocca, a volte non succedeva nulla, lo stomaco si contraeva ma era un guscio vuoto, avendo digerito da un pezzo, e non usciva nulla, non poteva uscire niente. 

A volte sputacchiavo una roba gialla e acida, a volte mi ferivo la gola…ho smesso di ficcarmi le dita in bocca da quando ho capito che non era quello il problema, ma il demone, irrazionale, ogni tanto ritorna…

Ci furono tempi in cui obbligavo i miei familiari a partecipare al mio dolore, obbligavo a praticarmi delle punture di antiemetico, per poi  capire che faceva effetto solamente per il blando anestetico che contenevano. Blando sì, ma bastevole per il mio corpo devastato da ore di agonia.

Ci furono tempi in cui telefonavo di continuo al medico, e pretendevo che mi dedicasse tutto il suo tempo e spazio, stando io male ed essendo per forza al centro del mondo.

Ora tutto è cambiato, ho imparato meglio a gestire la situazione, ho capito che non posso monopolizzare tutta l’attenzione, ho capito che prima o poi le persone attorno a me si potrebbero stancare sul serio, ma quando l’irrazionalità prende il sopravvento, non c’è scampo.

A meno di non ricorrere ancora alla chimica, nel qual caso non pasticche, ma le famigerate gocce. E’ l’ultima spiaggia, non voglio cedere alle gocce, non voglio diventare dipendente dalle gocce.

Solo poche, solo oggi.

No, parlo già come un sottomesso alla chimica.

E intanto il male principale è sempre presente. Diminuito? Forse sì forse no, e poi chissà quanto tempo è passato? 

Avessi guardato la sveglia, a questo punto saprei quanto tempo è passato, e dato che la pasticca agisce entro un’ora, più o meno, sarei più tranquillo dell’avvenuta sua azione.

Ma non l’ho fatto, e non sono sicuro che il male sia diminuito, sono sicuro solo della crisi sempre presente e del fatto che le gocce lo terranno a bada, almeno fino ad addormentarsi, o perdere i sensi, il che in fondo è la stessa cosa.

L’unico scopo, ora, è arrivare alla mattina successiva.

Prima di alzarmi e intraprendere l’ennesimo viaggio disperato verso le gocce, provo quello che so essere un futile tentativo di dimostrarmi razionale maturo e più forte di ogni ansia dell’universo.

Mi stendo comodo, supino, piego la gamba sinistra e porto la pianta del piede a contatto con il ginocchio destro. Abbandono le braccia lungo il corpo con i palmi delle mani sul materasso. 

I dolori non si sono placati, forse diminuiti, ma poco. 

Sono disteso sulla neve, è freddo, molto più freddo del mio sudore freddo, non sono sul materasso, sono sulla neve, cerco di rilassare i muscoli a contatto della fredda neve.

E’ così freddo che scordo tutti i mali, ascolto solo il mio respiro, sempre più calmo, sempre più pacato, il cuore rallenta, il corpo si adegua al lento ritmo della natura…. Calmo, calmo, sempre più calmo, freddo, freddo….

Mattina.

Mi sveglio. Occhi chiusi, so che è mattina. 

Alla testa sento una morsa che stringe, mi fanno male anche i denti, ormai conosco la mia testa, so che questo male passerà veloce.

Niente gocce, ieri sera, la montagna ha funzionato.

Rimango disteso ancora un poco, muovo il braccio sinistro, lo sento di nuovo, lo stomaco brontola a vuoto, l’intestino sembra quieto.

Muovo gli occhi dietro le palpebre abbassate, nessuna trafittura.

Mi alzo a sedere, e guardo la sveglia, poche vertigini, è mattina sul serio.

Si può cominciare un’altra giornata.

Perlomeno, si può provare, prima che la Bestia faccia ritorno.

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