
Sono a terra, lungo disteso, fra corpi sudati e puzzolenti, alcuni in piedi, altri adagiati, a me anche, che ho il chiodo tutto appiccicato di birra e altri liquidi non identificati. Però sto bene dove sono, qui a terra, perlomeno mi riposo, la birra ce l’ho, e anche il gin, nella fiaschetta in tasca, quella piatta. La fiaschetta è piatta, non la tasca. Aspetto che cominci il concerto, non lo sapevo nemmeno di questo concerto, sempre a studiare, ma accidenti, i Cure, non me li perdo di sicuro, ho pensato quando ho visto il cartellone. Ero in bicicletta, e quasi mi stampavo addosso ad un camion per leggere quelle parole. The Cure, giorno tal dei tali, ora tal dei tali, luogo tal dei tali, città, Bologna. Ah! Ferma tutto, io sono già qui a Bologna, e così, ecco fatto, eccomi qua. Da solo, ma fa lo stesso, non ho fatto in tempo ad avvisare nessuno, da oggi a domani, più o meno. E adesso che sono in attesa, penso alla mia furbizia, un po’ di soldi risparmiati, un cartellino appeso al collo con su scritto “reporter”, la macchina fotografica in mano, e via, dentro! Già che ci sono, toccherà farla, qualche foto. Voglio prendere la macchina, ma mi accorgo di avere una bottiglia di birra nella mano destra, e una tetta nella sinistra. Guardo da quella parte, è una bionda, bella pienotta, che dorme della grossa di fianco a me, e chissà come, io ho la mano infilata dentro la sua maglietta. La ritiro con disgusto, sarà anche morbida, la tetta, ma è sudata da far schifo, e mi devo asciugare la mano sui jeans. Appoggio la bottiglia di birra a terra, non prima di averla scolata, e impugno la macchina. La prima fotografia, comunque, è per lei, che dorme come un angioletto. Mi alzo in piedi e mi guardo intorno. Il palazzetto è pieno, ci sono persone fin quasi al soffitto, tutti in una monocroma tonalità di nero, le ragazze con facce bianche da far paura, sembrano tante morte viventi. Vedo che un ragazzo mi squadra e mi schifa, cosa c’è che non va, come mi sono vestito? Mi guardo, maglia degli Iron Maiden, non è proprio l’ideale qua dentro, ma, ricordo, ho studiato fino all’ultimo momento, poi sono uscito con la prima cosa che ho trovato. Faccio spallucce, lui mi fa il segno del pollice alzato, vado verso di lui, e mi offre un’altra birra. Gironzolo fra il pubblico, scatto qua e là, noto che da metà altezza, verso il soffitto, è tutto una nuvola di fumo, una cappa che penso porti in estasi gli spettatori più in alto. In tutti i sensi. A furia di farmi largo, arrivo a ridosso delle transenne, e lì mi fermo, con le spalle al palco, e ammiro la gente, noi, i ragazzi. Come ogni tanto mi succede, capitano quei momenti in cui ho una maggiore consapevolezza delle cose, i rumori si sospendono, le voci si attutiscono, è come se entrassi nella essenza stessa delle cose, mi nutro della loro sostanza, ripongo attimi di vita sospesa nei cassetti della mia coscienza, in attesa di ritrovarli al momento opportuno. La necessità di una parola di conforto, una pagina da scrivere, una canzone da ricordare, tutto verrà alla luce al momento opportuno. E come per magia, quando il mondo ricomincia a scorrere alla normale velocità, le luci si spengono, la folla impazzisce, si alzano urla, invocazioni, il delirio, l’attesa spasmodica, la frenesia, la voglia di giovinezza, la libertà, tutto prende forma e materia, odori e colori si mescolano, i sensi si acuiscono, anche quelli stimolati oltremisura, le mani si alzano, le braccia si levano, i piedi battono, il ritmo prende corpo, un unico corpo, enorme, fatto di migliaia di noi, uniti, una stessa forza, una stessa gioia, una stessa volontà. E il concerto ha inizio. Questa è la mia dimensione, questa è la passione che prende vita, questo è il posto dove voglio stare, qui, ora, adesso. Mi guardo attorno, sono ebbro di felicità, abbraccio una ragazza vicino a me, che schifo, puzza, ma chi se ne importa, sento una lingua improvvisa guizzare nella mia bocca, un sapore di sigaretta, e poi è andata, un altro corpo spinge da dietro, uno dal fianco, io mi faccio largo corpi indistinti, spingo e mi appoggio a maglie sudate, sfioro capelli bagnati, crani pelati, mi sento pungere da borchie di ferro, e poi ancora qualcuno versa birra dall’alto, è la somma benedizione, la accolgo, la accogliamo a bocca aperta, e infine comincia la musica e ci si abbandona al fiume di carne che ondeggia a destra e a sinistra sopra e sotto in modo convulso spasmodico mentre le luci stroboscopiche fanno impazzire i pochi che ancora connettono e tutto si confonde in un caldo deliquio di corpi e calore, di odori e zaffate, di improvviso gelo e di raggelanti ondate di caldo, di botte di anfibi, calci e pugni presi e dati e bastonate di insana allegria, e il rombo della casse che pulsa nello stomaco e rimbomba come un macigno nelle orecchie, e mi ritrovo improvvisamente dall’altra parte del palazzetto, trascinato da quella marea di corpi, a volte rotolando a terra, a volte veleggiando sopra le teste, gli occhi chiusi, le braccia aperte, sospinto dai fedeli, novello Cristo portato in gloria dalla folla di erranti impazziti per una musica soave che si dipana nell’aria. Quando la prima canzone finisce, e il cantante Robert ringrazia il pubblico, cerco di riprendere un minimo di coscienza, guardo in giro se trovo da bere, trovo invece la macchina fotografica, incredibilmente intatta, ho vaga memoria di avere scattato qualcosa, chissà che immagini salteranno fuori. Sento premere nelle costole, accidenti, fa male, poi mi accorgo che sono capitato ancora addosso alle transenne, però dall’altra parte del palazzetto. Mi viene un’idea, stringo la macchina fotografica, e quando si fa buio, prima dell’inizio di un’altra canzone, mi lascio scivolare al di là delle transenne, una mossa veloce, cercando di non farmi vedere, e giù per terra, sotto il palco. Mi metto in piedi, e scatto, scatto, scatto prima che mi vedano, poi decido che è ora di far basta di fuggire, quanti concerti con la paura di essere scoperto, e che mai farò? Mica rubo, forse sì, un attimo di tempo, quello me lo porto via con le immagini. Vedo che gli energumeni della sicurezza sono impegnati a evitare che la gente delle prime file, pazzi esagitati, si lancino sul palco, li ricacciano indietro non appena questi si sporgono oltre le transenne, così io sono più libero di fotografare. Il concerto continua, la folla impazzisce, corro qua e là sotto il palco, gobbo e nero, mi sembra di essere una tartaruga, che ogni tanto alza il collo, scatta una foto, e poi si ritira nel guscio. Poi, ecco che succede, scivolo in so che liquido strano per terra, e mi ritrovo lungo disteso sulla schiena, le braccia alzata a salvare la macchina fotografica. Batto la testa, perché sento che tutto il mio mondo comincia a girare, e non è la birra e nemmeno il gin, o la nuvola di fumo. Mi viene da vomitare, ma non vomito perché se vomito poi muoio soffocato nel mio vomito, e questo pensiero mi fa vomitare, ma non vomito perché se vomito, poi muoio…e così parte il mantra, faccio sempre questo esercizio, mi serve per uscire dagli stati di allucinazione psicoqualcosa, ma oggi è diverso, oggi accade qualcosa di strano. Una ragazza deve aver seguito il mio esempio del salto di transenne, o forse ha calcolato male il lancio verso il palco, perché all’improvviso sento un corpo caldo sopra di me. Un corpo di femmina, l’odore di profumo, sudore, birra e sesso è inconfondibile, e subito parte una scarica elettrica tra le gambe. Ma tu guarda, penso, se è il caso di eccitarsi in questa situazione. La ragazza fa la finta morta sopra di me, lunga distesa, faccio appena in tempo ad allargare le braccia, sempre per salvare la macchina fotografica. Accidenti quanto pesa, toglie il respiro. La musica, all’improvviso, tace, una canzone è finita. Sento il rombo e il boato del pubblico in attesa, e il fiato di canna e alcool della ragazza sopra di me. La bocca della ragazza profuma di fragola e hashish, e in un guizzo di pazzia, devo essere mezzo sbronzo anche io, la mia lingua saetta a leccare quel sapore di lucidalabbra. Non riesco a resistere, e mordo anche, e come è buono quel sapore disgustoso, e anche lei partecipa, e ci lecchiamo in un sensuale e puzzolente scambio di liquidi corporei. Lei è ancora lunga distesa sopra di me, e si struscia, no, penso, non ti strusciare, sennò laggiù mi succede l’irreparabile. E tutto d’un tratto, finisce, le bocche si separano perché si sente Robert che parla, e annuncia il prossimo pezzo, e la ragazza ulula di gioia mettendosi in ginocchio, sempre sopra di me, all’altezza della mia testa. Accidenti a lei, penso, deve avere qualche anello strano nella gonna sento i capelli, sono lunghi i miei capelli, impigliati da qualche parte. Tasto alla rinfusa con la mano sinistra, nella destra non ho mai mollato la macchina fotografica, e sento che ha una gonna di pelle con una zip, tiro questa benedetta zip e finalmente mi libero i capelli. Solo che la ragazza, liberata dall’impedimento della gonna stretta, scivola in avanti strisciando sulle ginocchia e fermandosi contro la mia faccia. Ed eccola qui, la foresta, oh signore, com’è fitta questa foresta. Un ragazzo si è perso nella foresta e non sa come uscirne, è attratto dai profumi del boschetto e sente che sta per perdere la ragione. Ma cos’è uno scherzo? Robert sta cantando proprio questo, e canta di me! In a forest! I am in a forest! Chiaro che la ragazza non indossa intimo, chiaro che questo è tutto meno che sensuale, la mia faccia spiaccicata contro un umidore che adesso mi fa venire in mente una palude più che una foresta. Forse lei capisce, perché si sistema meglio sulle ginocchia, e finalmente riesco a respirare, canta, sento che la ragazza canta e muove il bacino, l’invito è chiaro? Non ne sono sicuro, io sono lì, lei è lì, ma sto immobile, rigido, e non bevo alla sorgente del piacere. Ci vedranno?, mi chiedo, ma decido di chiudere gli occhi, e di ignorare tutto, e perso nel ritmo lunatico e alienante del buio della canzone, ipnotico, la bacio, ancora e ancora, e a ogni bacio lei saltella e manda striduli acuti, e siamo soli, io e lei, nella sua foresta, con quel basso e quella batteria che mi spingono nel petto, e la voce di Robert che mi invita sempre di più nelle profondità dell’abisso del piacere. Reciproco sublime odoroso liquefatto onde di luce nelle profondità scure bionde onde di fronde monde chi non pratica non sa e ne bevo il nettare e lei si inarca salta ondeggia i capelli in un mare di vortici spirali di luce e dita frementi e braccia alzate in un delirio parossismo felicità giovinezza siamo qui siamo ora occhi chiusi niente esiste solo il mondo solo il fluido solo la goccia l’amore il sale della vita la bella la ragazza balla la bella balla ansima sudore respiro corto felicità suprema felicità estasi strazio di corde batti mani batti mani voci in coro bacio e poi è finita! È lunga la canzone, molto lunga, e quando è finita la foresta, lei si scosta, io sono ancora a terra, ansimante. Faccio in tempo a scattarle una foto mentre è in ginocchio sopra di me, che si ricompone, chiude la zip della gonna, e si riavvia i capelli. Poi mi prende il mio viso fra le mani e mi dice grazie, in un orecchio, e se ne va, fuggendo inseguita dai buttafuori. Anche con me ce l’hanno, i buttafuori, e allora anche io in un baleno mi alzo e fuggo, in direzione opposta. Mi fermo solo quando sono arrivato, chissà come, in cima al palazzetto, lassù fra le nuvole stagnanti di fumo quasi solido. E lì mi stendo, con il fiatone, mentre la musica continua, e i ricordi anche, e l’immagine della ragazza, me la stampo ben bene nella memoria, promettendo a me stesso di non scordarmela mai più. Recuperato un respiro quasi normale, mi siedo sui gradoni e finisco di seguire il concerto, ma la mia mente è altrove, soprattutto alle foto che ho scattato, a come saranno, a che ricordo incredibile che mi porterò per il futuro, prove inoppugnabili di una vicenda quasi impossibile da credere. E volete sapere una cosa? A casa, a tarda notte, nel mio appartamento da studente, prima di aprire la macchina fotografica, lo vedo, e mi prende un colpo secco…beh…nella fretta di andare al concerto, il rullino è rimasto sulla scrivania!








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