
C’era una volta un pastore italiano che aveva tante pecore e le portava a brucare nei campi. Ci fu un tempo in cui il pastore aveva il suo campo recintato, e così pure i pastori confinanti, poi si decise di togliere ogni barriera e di far circolare liberamente le pecore, che, in fondo, erano solo pecore quindi potevano andare dappertutto, chi se ne importava dove, l’importante era che alla sera il pastore le contasse una ad una, e che il numero tornasse.
Un giorno una pecora si avventurò a brucare molto lontano, e tornò ammalata, il pastore fece finta di niente, per non allarmare i pastori vicini, anzi, organizzò una brucata a base di erba buona, ci voleva proprio l’erba buona per tenere a bada delle pecore agitate, un’erba-party con i fiocchi.
Purtroppo, però, altre pecore si ammalarono e ne morirono così tante che i pastori vicini si allarmarono, in particolare il pastore tedesco, che era così cattivo che abbaiava come un cane, decise che ci voleva di nuovo il recinto per isolare le pecore ammalate.
Anche il pastore belga, generalmente sornione e in pace con il mondo, basta che avesse a disposizione una bella birra, si accodò al pensiero del pastore tedesco.
Il pastore franco, molto giovane e indisciplinato, lasciò perdere per il momento la sua passione per le pastorelle mature, e si mise a ripetere a pappagallo tutto quello che diceva il pastore tedesco.
Il pastore inglese, che era di un’altra religione rispetto agli altri pastori, anche perché viveva in un’isola, poco si curava dei problemi degli altri, ma, incredibile a dirsi, si ammalò egli stesso, forse aveva una frequentazione troppo spinta con le sue pecorelle.
Anche il pastore spagnolo ebbe molte pecore ammalate, forse avevano partecipato al famoso erba party. Insomma, tutti i pastori decisero di non aiutare il pastore italiano, anzi quei famosi recinti li costruirono davvero, e il poveretto rimase isolato, con le sue pecore che morivano sempre di più. A nulla valevano i consigli dei cani al suo servizio, ognuno di loro abbaiava sempre più forte e nulla si capiva in quella cacofonia di suoni.
Anche il pastore volle parlare con le sue pecore, ma il linguaggio del padrone non era quello delle pecore, che belavano cose senza senso, e nessuno capiva un accidente.
In mezzo alla confusione più totale, il pastore italiano si vide costretto a isolare le pecore ammalate, ma alcune riuscirono a fuggire prima che le rinchiudesse, e se ne fuggirono dalle altre pecore loro amiche, che non stavano male, ma che si ammalarono ben presto. E allora il pastore ordinò a tutte di stare ferme zitte e buone, fino a che avesse deciso lui.
Il pastore tedesco guardava e disapprovava, da lui poche pecore si ammalavano ancora meno morivano, tutti stavano bene ed erano contenti.
Il pastore inglese se la rideva, era guarito, e aveva deciso che nel suo gregge non avrebbe fatto alcun distinguo, chi moriva moriva, chi viveva viveva, e tanti saluti alla malattia.
Gli altri pastori si uniformavano al pensiero comune, ignorando il dramma del pastore italiano.
Il quale, dal canto suo, si prodigava per comprare e portare erba buona a tutte, dovevano pur sopravvivere le sue pecore, ma alla fine, essendo la faccenda insostenibile, si trovò costretto a fare finta di nulla, e a proclamare terminato l’isolamento.
I recinti furono tolti, i pastori tutti si strinsero le mani, le pecore tornarono a belare e a brucare insieme l’erba buona, e tutti vissero felici e contenti.
FINE
Quello che non è chiaro, tuttavia, è se questa sia la fine della storia, del pastore, delle pecore, oppure, più verosimilmente, se sia la fine di tutto quanto.








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