E veniamo alla veduta che ebbi tempo addietro percorrendo la nuova bretella a schiena d’asino che collega due strade a scorrimento veloce. Facendo quei brutti cento metri, o poco più, vidi però che da lì si aveva una bella vista della strada di fronte. E con un opportuno intendimento si poteva trarre una bella foto. Non la solita foto con le scie delle luci delle auto che vanno e vengono, bianche e rosse, quelle foto le sanno fare tutti, ma una foto con il nulla illuminato dalle luci a piombo dei lampioni. Quasi un albero della vita stradale. E così fu, con la piccola variante che no si riesce ad avere la visuale ottimale che mi ero immaginato, sicché si prende quel che si ha. Di concerto, accanto al punto di osservazione, notai un parcheggio ingiallito da un faro, un posto auto vuoto, una grata chiusa, un’altra tristezza umana. Gira di qua gira di là, ecco la seconda foto sulla solitudine dei manufatti umani, detti manufatti primi perché non ve n’è pari in alcun posto, e in alcun modo. Infine, tornando a casa, un residuato di un’epoca non digitale, un manufatto veramente primo, dove ancora serve la mano di un altro alieno a noi per caricare l’automobile di propellente atto al moto. E nella notte nera, che quasi volge al mattino, scattai l’ultima delle tre foto, la solitudine assoluta di pompe solitarie. E parlando di pompe di benzina, non scomodiamo quel famoso pittore americano, sempre citato e sempre a sproposito. E non volendo io spropositare, taccio. E voi faccio meditare. Un ultimo consiglio: guardate le foto da lontano, è meglio. Fine del terzo esercizio.








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