
C’era una volta, tanto tempo fa, in un regno lontano, una Regina cattiva che viveva sola nel suo castello. Dall’alto della sua nera torre, dominava un villaggio di poveri contadini, da sempre asserviti e alla mercé della terribile sovrana che pretendeva, pena la loro vita, ogni soldo con sudore guadagnato.
C’era però un giorno nel quale tutti gli abitanti del villaggio dimenticavano i tormenti della vita quotidiana e vivevano quelle poche ore in pace e serenità, scambiandosi fra loro dei doni umili.
La Regina, quella mattina, aprì le finestre al nuovo giorno, e vide la gioia e la letizia albergare in tutto il villaggio. Furiosa, sbatté con collera le persiane, e i vetri si ruppero, precipitando nel dirupo assieme ai fiocchi di neve, muti testimoni della sua rabbia.
Nel villaggio, intanto, di ben altro animo, una fanciulla saltò dal letto, aveva fatto un sogno davvero strano, e nel sogno faceva una cosa molto pericolosa.
Doveva recarsi al castello, superare le Prove, ed arrivare al cospetto della nera regina.
La bambina era spaventata, tuttavia partì, alla volta della foresta, i rossi capelli raccolti in due trecce, gli occhi di ghiaccio sfavillanti di luce, le mille lentiggini danzanti sulle guance innervosite dall’ardua impresa.
Non sapeva di essere osservata, di venire riflessa nella sfera di nero cristallo della terribile Regina. La megera sogghignò, divertita, nessuno era mai riuscito a superare le Prove, e men che meno poteva riuscirci una bambina.
Avanzava, intanto, la piccola nella foresta, il giovane cuore che batteva forte, quand’ecco, udì le Quattro Voci. Erano le voci della Terra, dell’Acqua, del Fuoco, e dell’Aria.
“Chi osa attraversare impunemente la nostra dimora e disturbare la nostra pace, avventurandosi nel regno tenebroso?”
“Io – rispose la bambina, decisa – Io oso, e nessuno me lo impedirà!”
“Non ti spaventano dunque i terremoti ? Non hai paura dell’onda maestosa? Non temi la possente montagna di fuoco? Non paventi l’uragano e la tempesta?”
“La terra ci dona i suoi frutti – rispose innocente la bambina – l’acqua ci disseta, il fuoco ci offre il suo tepore nel gelido inverno, l’aria e i venti ci donano il respiro della vita. Che cosa ho mai da temere?”
“Ebbene passa – proclamarono le Voci – Hai carpito il segreto.”
La bambina passò, e giunse infine alle soglie di un enorme portale di argento, con borchie di platino, i battenti in oro e diamanti incastonati.
Lo guardò, indecisa, per poi arretrare spaventata quando una voce greve uscì dal portale e disse: “Salve a te, sicuramente persona di valore se sei giunta fino a qui. Ora io, davanti a te, impedisco il seguito del periglioso cammino. Se dunque vuoi passare, prendi uno dei gioielli che vedi incastonati nel metallo di cui sono fatto. Un diamante, e io mi aprirò al tuo passaggio.”
La bambina già aveva allungato la mano, quasi aveva stretto una pietra nel palmo, quando una ruga d’indecisione corrugò la sua fronte innocente e si tirò indietro, scuotendo la testa.
“Dunque non vuoi?”, chiese il portale.
“Perché mai?- rispose, sicura – Perché mai dovrei volere prendere anche una sola di queste gemme? Il pane non manca nella mia tavola, e la luce della lampada illumina la mia casa, un buon letto mi attende ogni sera e l’orticello provvede alle necessità della famiglia. Non saprei cosa farmene.”
“Ebbene, passa- proclamò il portale – Hai carpito il segreto finale, e io mi apro al tuo cammino.”
Così dicendo, i battenti cominciarono a ruotare sui cardini con un lamentoso cigolio vecchio di secoli. La bambina arretrò di qualche passo, spaventata dall’oscurità che usciva dall’apertura, un’oscurità fredda, raggelante, vuota.
Poi raccolse il coraggio a due mani ed entrò.
Nello stesso istante la Regina si svegliò di soprassalto, un urlo strozzato nel fondo della gola. L’innocenza di una piccola bambina aveva vinto dove la forza di mille cavalieri e la magia di cento stregoni avevano fallito.
Era scritto che chi fosse riuscito a superare le Prove e ad oltrepassare il portale, sarebbe stato il nuovo regnante di quel luogo tenebroso.
Si recò dunque nella grande sala, e ivi trovò la bambina che, stupita da quella stanza tenebrosa e oscura, si guardava intorno, spaventata e incuriosita allo stesso tempo.
Quando la bambina vide la Regina, capì all’istante la sofferenza della donna avanti a lei, ora che non era più la piccola bambina, ora che aveva capito molte cose, nel suo cammino.
La Regina le disse che ci fu un tempo in cui lei era una sovrana giusta e saggia di un lontano paese, ma un giorno fu relegata per un malefico sortilegio in quel maniero.
E da allora aveva cominciato a odiare tutto ciò che era gioia e felicità, tutto ciò che a lei era stato improvvisamente negato. La bambina annuì, e le fece capire che non stava a lei giudicarla, non voleva sapere il perché del suo supplizio. Piuttosto, la voleva aiutare, e voleva riportare quel tetro maniero agli antichi fasti e splendori.
La Regina la fissò incredula, e vide che la bambina le stava indicando l’orologio. Indicava un minuto a mezzanotte, ed era fermo.
“E lo sarà fino a che non avrò finito di tessere un magico mantello rosso che poi indosserai – spiegò la bambina – Ora taglio le mie trecce, e dal sacrificio dei miei rossi capelli ricaverò un prezioso mantello. Con quello ti coprirai il capo e verrai con me al villaggio. Toccherai con mano la felicità, la gioia e la letizia, e il dolore e l’odio spariranno dal tuo cuore. E non sarai più la Regina cattiva e nera come la notte, ma una Principessa buona, e bianca come la neve.”
Ben presto il mantello fu finito, e allo scoccare della mezzanotte la bambina e la Principessa, avvolta nel rosso mantello, uscirono dirette al villaggio.
La Principessa vide la felicità degli abitanti, vide che si scambiavano quel poco che erano riusciti a raggranellare, nascondendolo alla sua avidità, vide la loro beatitudine, la pace che albergava nei loro animi.
Si aggirò, sgomenta, per il villaggio, e infine si fermò nella piazza, attonita, stringendo la mano della bambina.
La guardò, vide che anche lei sorrideva, beata, e non poté trattenere una lacrima, una singola, unica lacrima, che rotolò pigra sulla sua guancia, oscillò indecisa, e poi cadde sulla candida neve, dove si congelò in un perfetto, piccolo cristallo.
La Principessa guardò un’ultima volta il villaggio, e poi, senza una parola, se ne andò, scomparendo nell’oscurità, accompagnata dal festoso frastuono dei paesani.
Nessuno la rivide mai più.
E ogni anno, quella notte, allo scoccare della mezzanotte, quando giunge l’ora dello scambio dei doni, si dice che quell’unica lacrima stillata dagli occhi della Principessa brilli di una intensa luce bianca.
E c’è anche chi giura di avere visto un rosso mantello sfrecciare in cielo e guidare una slitta, passando proprio sopra i camini e i tetti delle case, suonando una dolce campanella al suo passaggio.
Terminata la fiaba, il cantore tacque, e i bambini, fino ad allora assorti e compresi nel racconto, seguirono il suo dito puntato, e videro che indicava il camino, e i colorati pacchetti che giacevano là, in attesa di essere aperti.
Tutti vi si precipitarono, tutti tranne una bambina che, di scatto, le rosse trecce ondeggianti al bagliore del fuoco, corse invece verso la porta e l’aprì.
Una folata di neve turbinò, dispettosa, facendole lacrimare gli occhi grigi e punteggiando di nuove lentiggini le sue guance.
La bambina scrutò ansiosa l’oscurità, in attesa, fremendo.
Ad un tratto le sembrò di udire l’argenteo trillo di una campanella rompere l’immoto e tenebroso silenzio della foresta.
Le sue orecchie si tesero e gli occhi si spalancarono, cercando di penetrare il buio delle selve, e la sua bocca si aprì in un sussurro.
” Dovunque tu sia, Principessa – mormorò nelle tenebre – Che la tua lacrima possa brillare fino alla fine dei tempi.”








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