HOW MANY TEARS


HOW MANY TEARS

How many tears flow away
To become a sea of fears
How many hearts are torn apart
Till another torment starts

But before the world
Turns into a sun
All cruelty and violence
On earth will be dead and gone

E poi improvvisamente sento che qualcuno mi stringe la mano. Mi volto di scatto, è una lei, ha una fascia rossa che raccoglie i capelli neri. Sorride, e mi fa l’occhiolino, le labbra, rosso fuoco, mi invitano a chissà quali delizie, il viso è pieno di lentiggini, spruzzate a caso, sulle guance, rosse anch’esse, sul nasino, piccolo e a punta, alla francese, anche vicino agli occhioni verdi, spalancati, radiosi, con delle ciglia lunghe quasi quanto i capelli. Rimango a bocca aperta, ha una maglia larga che le lascia coperta una spalla, cosa molto sexy, e non ha le spalline del reggiseno in vista, cosa ancora più sexy. La maglia è nera, la maglia è degli Helloween, la maglia è strappata all’altezza della vita, le si vede l’ombelico, appena sotto ha una gonna jeans, calze a rete, strappate anch’esse, e gli immancabili doctor Martens ai piedi. Non neri, però, ma bordeaux. Parte la musica, un’altra canzone, quella canzone, lei mi si fa sempre più vicina, sorride, la mano stringe sempre di più. Si muove a ritmo, la canzone è un lento che fra poco diventerà quel capolavoro forsennato che tutti noi, in fila dalla mattina stiamo aspettando. Mi abbraccia quando la musica comincia a sfumare il ritmo lento, e l’aria si fa satura dell’elettricità degli spettatori, il fremito nel pubblico è come un’onda che passa sulle teste, rizzando i capelli, tendendo i muscoli, sgorgando lacrime. E lei è stretta a me, ora, c’è un attimo di silenzio, e poi le luci esplodono, la musica erutta dalle casse come un vulcano, la gente impazzisce, le bocche urlano, i corpi si tuffano, la felicità è alle stelle, nessuno può stare fermo, nessuno è muto, tutti cantano, tutti ballano, tutti s’ammucchiano. E noi due, abbracciati, soli, ci stringiamo. Sento il suo sapore di sale e sudore, birra e profumo, e immagino il mio, dopo un’ora di pogo, la maglietta tutta bagnata, i jeans appiccicati, ma lei sembra non accorgersene. Mi stringe, appoggia la testa sulla mia spalla, e io cerco il suo collo. La vorrei baciare, ma non riesco, ho le labbra appoggiate alla sua pelle salata, ma non le dischiudo, ho paura, le ritiro. Lei mi sente, allenta leggermente le dita, forse anche lei ha paura. Muoviamo le teste e ci guardiamo negli occhi, non siamo imbarazzati, sorridiamo. Senti queste botte? sembrano dire i suoi occhi, e come no? rispondono i miei. Siamo in mezzo ad un bel casino, ora che la musica è partita alla velocità indiavolata, e il pubblico è impegnato nel suo passatempo preferito, tuffi, lanci, spinte, cataste, un’orgia di carne a ritmo di musica. E allora, ci diciamo con gli occhi, andiamo, no? Unisco le mani a scaletta, le faccio cenno di salire, lei butta la testa all’indietro, ride, poi appoggia il dottor Martens sulle mie mani, le sue le appoggia sulle mie spalle, una bella spinta, e via, un salto sopra le teste degli spettatori. Mi getto anche io nel pogo, conscio solo della musica nelle orecchie, martellante, inebriante, una felicità che permea ogni cellula del mio corpo. E quando tutto finisce, quando sono a terra, esausto, quando la musica è cessata e rimane solo un fischio assordante nelle orecchie, e la gente piano piano se ne va, e la coltre di fumo lentamente ondeggia verso il soffitto del palazzetto, e qualcuno mi porge una birra, stanco, col fiato corto, qualche pestone sparso per il corpo, solo allora ripenso a lei. Corro con lo sguardo qua e là, ma non la vedo. Chissà? Non la rivedrò mai più, penso in quel momento, di lei serberò il ricordo di questa serata. Il suo profumo, il suo sorriso, la complicità di un attimo. E tutte quelle lacrime, la nostra canzone, che ci toccherà versare da qui a quando saremo grandi.

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