L’INIZIO DEL MIO LIBRO


sottotitolo:…e non dite che non è bello!

E io mi ricordo le estati da piccolo, le domeniche in campagna, la roulotte di mio zio parcheggiata nell’aia, il frinire dei grilli, e le corse nei campi con le stecche di grano appena tagliato che ferivano i polpacci. 

La mattina che non finiva mai mentre i grandi lavoravano nell’orto e le donne preparavano il pranzo, e i nonni, all’ombra della grande quercia, ci parlavano dei tempi andati, e muovevano quelle mani grosse e rugose.

E le automobili con le quali eravamo arrivati, con il cofano aperto e il radiatore che fumava, era troppo caldo e il motore faceva subito cilecca.

La casa, chiusa per tutta la settimana, odorava di stantio e di frutta, e ci buttavamo nei letti di paglia pregustando il riposo appena mangiato, con il morbido tepore del pomeriggio, il caldo che ci cullava in un sonno senza sogni.

E il pranzo era un’apoteosi di cibo, cucinato al momento, riscaldato nel forno o sul fuoco del camino. E c’era sempre uno zio addetto a tenere acceso il fuoco, e gli zii giocavano a carte per vedere a chi toccasse sorbirsi il calore del camino, oltre che quello dell’estate. Non c’era telefono, televisione, e nemmeno la radio, solo qualche domenica di Luglio, per sentire le corse di biciclette o la formula 1, appariva, come per magia, un apparecchio bianco, di plastica, con due antenne che sembrava un insetto tecnologico.

Per sapere che ora fosse si guardava il sole, e anche il tempo sembrava adeguarsi alla calma della giornata di festa, scorrendo più lentamente. E c’era sempre da mangiare, lo spuntino mattutino, la merenda, l’aperitivo, ed erano panini con la mortadella, o crostate con la marmellata e la frutta, o pomodori presi direttamente dalla pianta, nell’orto.

Noi maschi giocavamo a calcio, due maglie in terra bastavano per fare la porta, le femmine erano tutto bamboline e vestitini. Si andava al pozzo e ci si lavava via la polvere e il sudore, e poi si ricominciava. Si arrivava presto, e la mattina era tutto un affaccendarsi, per poi sonnecchiare al calore del pomeriggio. E le mamme ci venivano a guardare, e vedevano un sorrisetto birichino che vegliava sul nostro riposo

Poi le ombre si allungavano, il bollore del giorno diminuiva, e tutto sembrava ancora più lento, mentre si abbandonava il pallone per una passeggiata nei campi tutti insieme, noi piccoli, maschi e femmine.

E le donne preparavano la cena, gli uomini discorrevano con i nonni, sempre seduti sotto l’albero.

Arrivava la sera, noi di ritorno dalla passeggiata con qualche fiore da regalare alle mamme, e con gli occhi attenti ai capelli, i primi pipistrelli che scendevano nell’aia.

Il rumore dei grilli che frinivano, le ombre lunghe, i primi refoli di aria fresca, le nuvole in alto nel cielo, le guardavamo stesi sulle balle di paglia, ammontichiate una sull’altra a formare quello che per noi era un gigantesco castello.

E se c’erano i cugini più grandi si suonava la chitarra e si cantava tutti insieme, Battisti, i Nomadi, i Pooh, e anche qualche divagazione rock straniera, addirittura.

E la tavolata alla luce dell’unica lampadina che penzolava direttamente dal filo, le ombre scure ora, la notte che arrivava, il maglioncino da mettere contro il freddo della sera.

Finito di mangiare, il silenzio avvolgeva tutti e tutto, le falene ronzavano sempre più vicino alla lampadina, i nonni, stanchi, raccontavano ancora, e ancora, la loro infinita esperienza della vita.

Si raccoglieva tutto quello che era stato sparso in giro durante il giorno, si chiudeva la roulotte, si preparava la casa per la settimana, poi ognuno saliva nell’auto con la sua famiglia, e la giornata era finita, scandita dal sole, dal tempo, dalla calma.

E ricordo che guardavo dal lunotto posteriore, mentre ci si allontanava, guardavo il sole diventare una gigantesca palla rossa, e invadere tutto il campo visivo, e la luna, in alto, che dominava la notte.

E ricordo che ero felice, e che mi immaginavo di serbare questa felicità in tasca, per tirarla fuori, se, e quando, ci sarebbero stati in futuro momenti tristi.

Chiudevo gli occhi, la giornata terminava, io chiudevo gli occhi, sì, li chiudevo, e mi perdevo nel mio mondo interiore, vagamente conscio del litigio bonario dei miei fratelli per accaparrarsi, a casa, l’unico bagno e fiondarsi per primo a letto.

Li chiudevo e pensavo che avrei dovuto scrivere di queste giornate, forse non bastava chiudere la felicità in tasca.

E tornato a casa, prima di dormire, nel silenzio della notte, steso sul letto, alla luce della piccola lampada sul comodino, prendevo il mio quaderno e cominciavo a scrivere, così:” E io mi ricordo le estati da piccolo, le domeniche in campagna…”

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